Il 2026, per me, è diventato l’anno delle decisioni, delle pause necessarie e delle scelte che fanno male proprio perché contano.
È domenica pomeriggio.
Fuori piove e, per una volta, sono sul divano.
Non sto andando a una fiera, non sto facendo un sopralluogo, non sto correndo da una parte all’altra.
E forse era proprio il momento giusto per fermarmi e raccontarvi una cosa.
Quest’anno, per la prima volta dopo tanto tempo, non sono andata al TTG.
E non perché non lo consideri importante.
Proprio il contrario.
Mi sarebbe piaciuto esserci, incontrare amici, aziende, partner, ascoltare cosa sta succedendo nel settore, fare nuovi incontri e raccogliere nuove idee.
Per anni le fiere sono state per me luoghi dove andare soprattutto a cercare qualcosa.
Persone. Collaborazioni. Possibilità. Conferme.
Ma il tempo, soprattutto quando stai costruendo qualcosa, non è infinito.
E negli ultimi mesi sto imparando una cosa che per me sta diventando fondamentale:
non tutto ciò che è importante è fondamentale in questo momento.
Ed è una distinzione che cambia tutto.
Abbiamo seminato molto
Negli anni ho seminato tanto.
Contatti, collaborazioni, format, aziende, territori, eventi, idee, possibilità.
Alcune cose hanno funzionato.
Altre hanno aperto porte.
Altre ancora mi hanno fatto capire cosa non voglio più fare.
E alcune, semplicemente, hanno assorbito molto più tempo del valore che hanno restituito.
Non lo dico con amarezza.
Lo dico con la lucidità che arriva solo dopo un po’ di strada.
Perché arriva un momento in cui non puoi continuare a seminare ovunque.
Devi guardare cosa sta crescendo.
Capire cosa merita energia.
E avere il coraggio di lasciare andare il resto.
Noi startupper parliamo continuamente di focus.
Poi però il focus va praticato davvero.
E significa dire dei no.
Anche a cose belle.
Anche a occasioni interessanti.
Anche a persone che ti farebbe piacere incontrare.
Anche ad appuntamenti che continui a considerare importanti.
Perché il problema, a un certo punto, non è più avere opportunità. È scegliere quali meritano davvero il tuo tempo.

Quando tutto è iniziato, era “solo” un picnic
Quando nel 2016 nasce Picnic Chic non avevo davanti una teoria sul turismo esperienziale o sul marketing territoriale.
C’era un’idea molto più semplice.
Un picnic.
Un cestino.
Un luogo bello.
Qualcosa di buono da mangiare.
E la possibilità di far vivere alle persone un’azienda agricola, una cantina o un territorio in modo diverso.
Poi sono arrivate le domande vere.
Come si prenota?
Quanto costa?
Cosa comprende?
Cosa succede se piove?
Come si lavora con un’azienda senza complicarle la vita?
Come si trasforma qualcosa di semplice in un’esperienza organizzata senza toglierle autenticità?
Ed è lì che il picnic ha cominciato a cambiare natura.
Non era più soltanto un momento all’aperto.
Era diventato un prodotto.
Nel frattempo è cambiato anche il mercato
Quando siamo partiti, certe parole non erano presenti nel linguaggio del turismo come lo sono oggi.
Esperienza. Autenticità. Prodotti locali. Outdoor. Turismo lento. Territori da vivere.
Oggi sono diventate centrali.
E i numeri raccontano bene questo cambiamento.
Nel 2024 il 70% degli italiani intervistati dichiarava di aver svolto almeno una vacanza negli ultimi tre anni con motivazione primaria legata a cibo, vino, olio o altri prodotti tipici.
È un dato cresciuto del 49% rispetto al 2016, con un bacino stimato di circa 14,5 milioni di potenziali turisti del gusto.
Nello stesso anno in Italia c’erano 26.360 aziende agrituristiche e 4,7 milioni di agrituristi.
Per me questi numeri dicono una cosa molto semplice:
le persone non vogliono soltanto andare in un posto. Vogliono viverlo.
E tante aziende agricole stanno diventando molto più di luoghi di produzione.
Sono luoghi dove fermarsi, assaggiare, conoscere, partecipare, stare bene.
[INSERIRE QUI LA MAPPA: Da coperta sull’erba a strumento di marketing territoriale]
Il punto non è più il cestino
Guardando questa mappa mi rendo conto che forse racconta bene quello che è successo.
Il picnic nasce come gesto conviviale.
Poi diventa tempo libero, famiglia, amici.
Poi cambia ancora.
Diventa più curato, più organizzato, più esperienziale.
Nel 2016, con Picnic Chic, proviamo a fare un passaggio ulteriore:
renderlo prenotabile e collegarlo direttamente ad aziende e territori.
Poi arriva il digitale.
Il booking online.
La possibilità di far trovare un’esperienza a una persona che magari non conosce né quella cantina né quel produttore.
E lì capisco una cosa che oggi per me vale più del cestino stesso.
Una persona può scegliere un picnic perché l’idea le piace.
Poi arriva in una cantina.
Assaggia un vino.
Conosce chi lo produce.
Scopre un pezzo di territorio.
Magari torna.
Compra.
Racconta quell’esperienza.
Consiglia quel posto a qualcun altro.
Ed ecco che il picnic smette di essere solo ciò che vendiamo.
Diventa il mezzo attraverso cui facciamo succedere qualcos’altro.
Oggi il cestino mi interessa meno di quello che riesce a mettere insieme.
Persone.
Prodotti.
Imprese.
Luoghi.
Esperienze.
Relazioni.
E anche valore economico.
È da qui che per me nasce il senso di parlare oggi di Picnic Turismo.
Non come nuova etichetta.
Ma come modo più preciso per leggere quello che negli anni il picnic è diventato.
Anche il pubblico è cambiato
All’inizio pensavamo soprattutto a coppie, famiglie e amici.
Oggi ci sono anche wine lovers, picnickers appassionati, gruppi di amiche, compleanni, addii al nubilato, gift experience, eventi privati, aziende, team building e family day.
E questo mi ha fatto capire una cosa.
La semplicità del picnic non è un limite. È uno dei suoi punti di forza.
Non devi spiegare alle persone cos’è.
Lo conoscono già.
Quello su cui puoi lavorare è tutto ciò che può esserci intorno.
Un prodotto locale.
Una storia.
Una degustazione.
Un produttore.
Un borgo.
Una vendemmia.
Un’azienda.
Un territorio che vuole farsi conoscere.
Fare rete significa anche scegliere con chi costruire
Negli anni ho investito tantissimo tempo nel cercare collaborazioni e partnership.
Alcune sono state preziose.
Altre molto meno.
A volte mi è capitato di raccontare idee e possibilità a persone molto interessate ad ascoltare e molto meno interessate a costruire davvero insieme.
Per un periodo questa cosa mi faceva soprattutto arrabbiare.
Oggi la leggo diversamente.
Mi ha insegnato che:
non tutte le persone che capiscono una tua idea sono le persone giuste con cui farla crescere.
E che fare rete non significa mettere insieme tanti nomi.
Una rete ha senso quando produce qualcosa.
Quando condivide obiettivi.
Quando ognuno porta competenze, responsabilità e valore.
L’incubatore di Bergamo Sviluppo è arrivato nel momento giusto
Il percorso nell’incubatore di Bergamo Sviluppo mi sta servendo soprattutto per una cosa:
fare ordine.
Non avevo bisogno di sentirmi dire che Picnic Chic fosse una bella idea.
Dopo anni di clienti, prenotazioni, aziende, eventi, problemi, errori e soluzioni, la domanda non è più quella.
Avevo bisogno di capire cosa poteva crescere.
Cosa doveva essere semplificato.
Dove stavo disperdendo tempo.
Cosa poteva diventare metodo.
E cosa invece dovevo lasciare andare.
Perché oggi sono sempre più convinta di una cosa:
crescere non significa necessariamente aggiungere.
A volte significa togliere.
Ripulire.
Ottimizzare.
Consolidare.
Perché dopo la validazione arrivano parole molto meno romantiche.
Conversione. Fatturato. Margine. Sostenibilità.
Un progetto non può vivere per sempre di possibilità.
A un certo punto deve trasformarle in risultati.
Ed è da qui che prende forma Eventura
Eventura non nasce perché voglio aggiungere un altro progetto.
Sarebbe esattamente il contrario di quello che sto cercando di fare.
Nasce per incanalare.
Mettere ordine.
Dare struttura.
Prendere ciò che Picnic Chic ha imparato in questi anni e capire come utilizzarlo meglio.
Per le aziende.
Per i territori.
Per l’accoglienza.
Per gli eventi.
Per il turismo esperienziale.
Picnic Chic resta la prova sul mercato.
Picnic Turismo apre una prospettiva più ampia.
Eventura prova a trasformare tutto questo in un sistema più strutturato.
Perché oggi scelgo anche di rinunciare
Non perché fiere, incontri e networking non servano.
Servono eccome.
Ma in questo momento devo proteggere il focus.
Abbiamo già seminato molto.
Adesso dobbiamo capire cosa è germogliato.
Ripulire. Ottimizzare. Convertire. Consolidare.
E poi tornare a seminare.
Ma con obiettivi più chiari.
Con interlocutori più adatti.
Con una proposta più strutturata.
La prossima tappa sarà Ecomondo
Tra poche settimane sarò lì.
E questa volta per me avrà un significato diverso.
Sarà la prima grande fiera in cui non entrerò soltanto dalla parte di chi visita.
Sarò dall’altra parte.
Con qualcosa da portare.
E questa cosa, lo ammetto, mi rende orgogliosa.
Perché non arriverò con un’idea appena scritta su una presentazione.
Arriverò con anni di lavoro alle spalle.
Con errori.
Con clienti.
Con aziende.
Con esperienze.
Con problemi affrontati.
Con cose che hanno funzionato.
E con altre che non hanno funzionato affatto.
Con qualcosa che ha già incontrato il mercato.
Adesso dobbiamo capire come farlo crescere.
Forse è questa la parte più difficile
All’inizio l’entusiasmo ti fa fare moltissime cose.
Poi arriva la realtà.
E la realtà ti insegna che non puoi essere ovunque.
Non puoi sviluppare tutto.
Non puoi lavorare con tutti.
Non puoi inseguire ogni opportunità.
E probabilmente non devi nemmeno farlo.
Sto iniziando a pensare che una parte della maturità imprenditoriale sia proprio questa:
sapere a cosa rinunciare per proteggere ciò che vuoi davvero costruire.
Non ho la sensazione di essermi fermata.
Ho quasi la sensazione opposta.
Finalmente sto scegliendo una direzione.
E forse questa domenica di pioggia mi serviva proprio per questo.
Per fermarmi.
Guardare la mappa.
E accorgermi che, mentre ero impegnata a far funzionare un progetto, quel progetto era diventato qualcosa di molto più grande di una coperta sull’erba.
Non sto ripartendo da zero.
Sto cercando di incanalare, proteggere, potenziare e far crescere quello che abbiamo già costruito.
E oggi posso dirlo con orgoglio.
Abbiamo seminato tanto.
Adesso è il momento di scegliere cosa coltivare davvero.
E voi?
Qual è stata la cosa più difficile a cui avete dovuto rinunciare per restare concentrati su ciò che volevate davvero costruire?
Fonti: Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2024; ISTAT, Le aziende agrituristiche in Italia – Anno 2024.



